Qualsiasi cosa si possa pensare del ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, certo è che in questo inizio del 2025 è impossibile annoiarsi. Energia, geopolitica, finanza, diritti: gli Stati Uniti dettano la linea e le grandi aziende, inevitabilmente, si adeguano. Per noi che lavoriamo con il digitale, la notizia che fa drizzare le antenne è il passo indietro dei principali social media in tema di fact checking. Vale a dire i sistemi di verifica e segnalazione delle notizie false.

Quali social media hanno rinnegato il fact checking

Il primo a muoversi in questa direzione è stato X, il compianto Twitter acquistato (e radicalmente trasformato) da Elon Musk. Un personaggio che, ormai, non è più “solo” imprenditore eclettico e l’uomo più ricco del mondo ma si è anche inserito negli ingranaggi della politica statunitense, essendo inseparabile da Trump.

Ispirandosi dichiaratamente a questo precedente, il 7 gennaio Mark Zuckerberg con un video messaggio ha annunciato a sorpresa di voler “tornare alle origini di Facebook e Instagram”, riportando la “libertà di espressione su queste piattaforme”. Tradotto: basta fact checking perché è un sistema che, soprattutto negli Stati Uniti, “ha distrutto più fiducia di quanta ne abbia creata”. A rimpiazzarlo saranno le community notes, proprio come su X.

È bastato attendere un paio di settimane ed ecco arrivare anche il comunicato con cui lo European Fact-Checking Standards Network (EFCSN) si dice “allarmato” dal fatto che Google, YouTube e LinkedIn abbiano smesso di affidarsi ai fact checker indipendenti, rinnegando un impegno che avevano assunto appena due anni prima.

Elon Musk

Dai fact checker indipendenti alle community notes

Per comprendere la portata di questi annunci, riavvolgiamo il nastro e cerchiamo di capire a cosa serve il fact checking, come funzionava prima e come cambierà d’ora in poi. Partiamo da un dato di fatto: la disinformazione nei social media è un problema gigantesco. Gli esperti interpellati dal World Economic Forum lo pongono addirittura al primo posto tra i rischi globali per i prossimi due anni. Tanto più perché ChatGPT e Midjourney, ormai a disposizione di chiunque, riescono a confezionare in quattro e quattr’otto contenuti estremamente verosimili.

Negli scorsi anni i social media si sono affidati a fact-checker indipendenti. In sostanza, gli algoritmi scremavano i post che suonavano sospetti, perché si riferivano a temi delicati (come il Covid-19, le elezioni, le guerre, discriminazioni), venivano segnalati dagli utenti o si diffondevano più in fretta del solito. Questi esperti li esaminavano uno a uno per ricostruire la verità. Quando un post risultava falso, la piattaforma limitava la sua diffusione, lo contrassegnava con un apposito avviso (e il link a un articolo di approfondimento) e inviava una notifica a chi l’aveva condiviso.

Ma anche i fact checker indipendenti hanno i loro bias, cioè le loro convinzioni profonde e talvolta inconsapevoli, spiega Meta in un approfondimento che suona come una lettera di scuse. Bias che li avrebbero spinti a censurare quelli che, in fin dei conti, erano solo “dibattiti politici legittimi”. Addio dunque al fact checking e benvenute community notes. D’ora in poi saranno gli utenti a lasciare le loro note sui contenuti. Quando una nota è contrassegnata come utile da un numero sufficiente di collaboratori con diversi punti di vista, allora compare pubblicamente sul post.

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Prima domanda: il fact checking serve?

Questo voltafaccia ha destato non poca preoccupazione. L’introduzione dei sistemi di fact checking era stata una risposta alle elezioni americane del 2016, quelle che per la prima volta hanno consegnato a Donald Trump la presidenza degli Stati Uniti, e che erano state pesantemente condizionate dalle fake news. Lo dimostrano gli studi condotti negli anni successivi. All’epoca, il 14% dei cittadini statunitensi si informava prevalentemente sui social media. Su Facebook, in particolare, nei tre mesi precedenti al voto le notizie false a favore di Trump erano state condivise 30 milioni di volte, contro gli 8 milioni di quelle a favore di Hillary Clinton.

Può sembrarci un esempio lontano ma, in fin dei conti, a chi non è capitato di discutere con il parente fermamente convinto di quella che in realtà è una bufala clamorosa? Questo accade anche perché gli algoritmi dei social media, tutt’altro che neutrali, tendono a mostrarci contenuti che confermano le nostre preferenze (i sociologi parlano di echo chambers).

Seconda domanda: il fact checking funziona?

Che serva il fact checking, dunque, è un fatto. Ma il sistema di verifiche indipendenti che è stato in vigore finora su Facebook, Instagram, X ecc. funzionava? La rivista scientifica Nature ha posto questa domanda a una serie di esperti. Quando si parte da zero, cioè si introduce una notizia e bisogna mettere gli utenti nelle condizioni di capire se si possono fidare o meno, la risposta spesso è “sì”. Quando invece il tema è polarizzante e una persona si è già fatta un’opinione in merito, allora l’efficacia di questa procedura diminuisce.

Le cose cambieranno con le community notes? I ricercatori interpellati da Nature sostengono che, finora, su Twitter abbiano funzionato poco e male, perché trascorre troppo tempo tra il momento in cui una falsa notizia è online e quello in cui qualcuno pubblica un chiarimento che ottiene abbastanza consenso da essere reso pubblico. Insomma, il crowdsourcing – cioè il lavoro collaborativo – è un nobile principio, ma la sua applicazione spesso sconta delle debolezze.

Il ruolo dei social media e il nostro spirito critico

Ma cerchiamo per un attimo di fare zoom out, di guardare questo tema da lontano, senza perderci nei meandri tecnici. Siamo sicuri che scrollare il feed di Instagram (o di qualsiasi altro social) sia il modo giusto per informarsi su temi complessi e delicati come la politica, la salute, l’economia, la geopolitica? Parliamoci chiaro, i social media hanno innumerevoli potenzialità, ma hanno anche un grosso difetto: mettono tutto sullo stesso piano. Sono un flusso ininterrotto in cui confluiscono senza sosta i contenuti del compagno di classe del liceo e del giornalista del New York Times, quelli dell’amministrazione comunale e del lontano parente. Certo, i sistemi per segnalare le notizie false sono utili e necessari, ma non devono essere una scusa per delegare il nostro spirito critico. Come cittadini, abbiamo la responsabilità di saper valutare se una fonte è attendibile o meno.

E tu ti sei mai imbattuto in una fake news sui social media? Hai lasciato correre o hai cercato di segnalarla? Scrivici per raccontarci la tua esperienza!

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