“ChatGPT e gli altri large language model si stanno mangiando internet”? Il titolo di questo articolo di Andrea Daniele Signorelli per Wired Italia potrà sembrare un po’ tranchant, ma non ha tutti i torti. Nella vita privata e in azienda, ChatGPT – insieme a Claude, Perplexity e Gemini – è diventato il filtro per fare pressoché tutto: cercare informazioni, confrontare alternative, selezionare fornitori, chiedere consigli.

La conseguenza è piuttosto lineare: un brand che non viene citato dai chatbot rischia di diventare invisibile. E, per essere citato dai chatbot, non bastano più le regole della SEO che abbiamo imparato a conoscere negli ultimi vent’anni. Entra in gioco qualcosa di diverso, la GEO, un acronimo che sta per Generative Engine Optimization: vediamo cos’è e come funziona.

I chatbot stanno cambiando il modo in cui si cercano informazioni

Sembra passato un secolo da quando i chatbot basati sull’intelligenza artificiale erano una novità un po’ bizzarra. Oggi superano il miliardo di utenti nel mondo. ChatGPT resta stabilmente in testa catalizzando il 68% del traffico web globale generato da strumenti di intelligenza artificiale generativa, ma fino all’anno prima superava l’87%. Questo perché i competitor guadagnano terreno, a cominciare da Gemini (18,2%), DeepSeek (3,9%), Grok (2,9%), Perplexity (2,1%) e Claude (2%).

Nemmeno i più tradizionalisti possono fare a meno di imbattersi nell’AI, almeno da quando Google – a fine marzo 2025 in Italia – ha iniziato a posizionare l’AI Overview in cima ai risultati di ricerca. Spesso e volentieri, la risposta data dall’intelligenza artificiale generativa appare più che sufficiente. Lo dimostra il fatto che, secondo uno studio sperimentale pubblicato nel 2026, la presenza dell’AI Overview riduce del 38% i click organici verso i siti e fa aumentare le cosiddette “zero-click searches”, ovvero le ricerche che si concludono senza visitare alcuna pagina esterna.

Come fanno ChatGPT e gli altri chatbot a scegliere cosa citare

Ma come fanno ChatGPT, Gemini e simili a decidere quali informazioni processare per rispondere all’utente? La tecnologia che usano si chiama Retrieval-Augmented Generation (RAG) e si snoda su cinque fasi:

  1. Elaborazione della query. Quando l’utente fa una domanda, il modello la converte in una rappresentazione semantica, traducendo il linguaggio umano in un formato adatto a interrogare i database.
  2. Recupero delle informazioni. Il sistema cerca nella propria base di conoscenza – che può includere pagine web indicizzate, database vettoriali o contenuti proprietari – i documenti più vicini alla richiesta. Lo fa basandosi non sulle parole chiave esatte, ma sui concetti.
  3. Classificazione e selezione. I documenti vengono valutati sulla base di vari criteri, tra cui rilevanza, autorevolezza, aggiornamento e qualità della struttura: quelli che ottengono i punteggi migliori entrano nella selezione che contribuisce alla risposta.
  4. Generazione della risposta. A differenza di un motore di ricerca tradizionale che riporta testualmente titolo e meta description delle pagine web, il chatbot AI sintetizza e riformula le informazioni provenienti da più fonti.
  5. Inserimento delle citazioni. Le fonti più utili vengono menzionate nella risposta attraverso citazioni, link o note.

Cos’è e come funziona la GEO (Generative Engine Optimization)

In sintesi, la GEO è l’insieme di tecniche che fanno sì che un determinato contenuto venga ritenuto abbastanza autorevole da essere selezionato (e, ancora meglio, citato) da ChatGPT, Gemini e simili. Ma come funziona? Purtroppo non esiste un manuale di istruzioni ufficiale, ma le ricerche condotte finora suggeriscono che i motori di ricerca generativi privilegiano contenuti con alcune caratteristiche ricorrenti.

  • Risposte chiare e immediate. La regola d’oro è non tergiversare: i chatbot privilegiano i contenuti che rispondono subito alla domanda principale posta dall’utente.
  • Dati e fonti verificabili. Una pagina risulta più credibile se si appoggia a statistiche, numeri e ricerche condotte da enti esterni, preferibilmente da sito istituzionale o accademico
  • Autorevolezza. Le fonti esterne vanno sempre linkate e citate (backlink), soprattutto se si tratta di università, istituzioni, riviste scientifiche e testate prestigiose.
  • Aggiornamento dei contenuti. Le pagine più datate perdono visibilità piano piano. Per questo, è bene rinfrescarle periodicamente con dati aggiornati e riferimenti più attuali.
  • Struttura e metadati. I muri di testo vanno evitati a tutti i costi: una struttura ordinata, con titoli descrittivi, elenchi, tabelle e una chiara gerarchia delle informazioni, facilita di gran lunga il lavoro dell’AI generativa.

La Generative Engine Optimization sostituirà la SEO?

Già da queste prime indicazioni su come funziona la GEO, si notano parecchie differenze con la SEO. La più evidente è che il cosiddetto keyword stuffing (cioè la ripetizione della parola chiave nel testo) conta poco o nulla, perché i sistemi di AI tendono a ragionare per concetti. Ma non solo: i motori di ricerca tradizionali privilegiano i contenuti lunghi e approfonditi, mentre quelli basati sull’AI generativa estrapolano le informazioni più rilevanti. I primi tendono a mantenere gli stessi risultati nelle posizioni più alte per periodi lunghi, i secondi alternano più di frequente le proprie fonti.

Ciò significa che la SEO va definitivamente in pensione? Per ora, nulla lo fa pensare. Piuttosto, GEO e SEO sono due tecniche che possono serenamente andare a braccetto. La vera novità è che la competizione non si gioca più solo per conquistare la visibilità su Google, ma anche per dimostrare la propria autorevolezza. Due obiettivi che convergono quando si producono contenuti di qualità, pensati prima di tutto per essere utili alle persone.

Se vuoi capire da dove conviene partire nel tuo caso specifico, dalla SEO alla GEO il percorso non è uguale per tutti. Scopri come lavoriamo sulla SEO!